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Il valore

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Teorie del valore nella storia del pensiero economico.

 

 

La teoria del valore di Smith

 

 

 

Anche le domande (vecchie): Il lavoro contenuto e il lavoro comandato in A. Smith (18/11/2003), La teoria del lavoro comandato in A. Smith (07/06/2004), La teoria del valore comandato in A. Smith (13/02/2003)

 

Secondo Smith, ogni merce ha un valore d'uso, rappresentato dalla sua utilità che necessariamente essa deve avere per poter essere scambiata, ed un valore di scambio. Tuttavia il valore d'uso e' solo una condizione perché una cosa abbia valore di scambio, ma non influenza l'altezza di quest ultimo. Non e possibile quindi rifarsi all'utilità per determinare il valore di scambio. (ma vedi pagina 193)

 

Smith distingue tra due prezzi: (1.) Prezzo di mercato: è il prezzo effettivo di una merce in un particolare momento (breve periodo) e dipende dalla forza della domanda e dell'offerta. (2.) Prezzo "naturale", o di lungo periodo: Smith è convinto che il prezzo di lungo periodo sia quel prezzo che assicura la copertura dei costi di produzione, ossia quello che consente di pagare i lavoratori, ai capitalisti e ai proprietari terrieri le normali retribuzioni. In tal caso il prezzo dipende solo dal lato dell'offerta.

 

Concentriamoci sulla determinazione del prezzo 'naturale'. Smith elabora in effetti 3 diverse teorie del valore, distinguendo innanzitutto in base al livello di sviluppo dell'economia in considerazione. Riferendosi ad una società primitiva (in cui, cioè, non si abbia ancora accumulazione del capitale e la terra sia sfruttabile liberamente da tutti), egli individua due teorie del valore-lavoro: la teoria del lavoro-contenuto e quella del lavoro-comandato. Per una società in cui il capitale sia stato accumulato e la terra non sia più sfruttabile liberamente, Smith individua dei problemi nell'applicare le teorie precedenti e opta per una teoria del valore basata sul costo di produzione.

 

Più nel dettaglio: (1) secondo la teoria del lavoro-contenuto, il valore di un bene e' determinato dalla quantità di lavoro necessario per produrlo (141). Smith risolve il problema della misurazione del lavoro necessario alla produzione e alla diversa qualità (produttività) del lavoro, identificando nel salario pagato al lavoratore che produce il bene una misura della quantità di lavoro contenuta nel bene, ma cadendo così in una relazione circolare per cui i prezzi relativi sono spiegati con altri prezzi (i salari). (2) secondo la teoria del lavoro-comandato, il valore di una merce e' uguale alla quantità di lavoro che può essere acquistata con tale merce. Nel caso di società primitive le due teorie danno luogo agli stessi prezzi relativi.

 

Nel caso di una società progredita, il problema principale che Smith individua in una teoria del valore-lavoro è che le due varianti (lavoro-contenuto e lavoro-comandato) danno valori diversi (nel caso in cui diversi beni siano prodotti su terreni con fertilità diverse o impiegando rapporti tra capitale e lavoro differenti). Per questo Smith opta in questo caso per una teoria in cui il valore di un bene dipende dalle remunerazioni accordate a tutti i fattori della produzione (e dunque anche al capitale e alla terra, e non solo al lavoro).

 

 

La teoria del valore in Ricardo

 

Richiamiamo gli aspetti più rilevanti della teoria del valore di Ricardo.

 

1) il valore d'uso costituisce un requisito necessario all'esistenza del valore di scambio. (questa posizione e' in contrasto con quella di Smith, che non vedeva uno stretto collegamento tra il valore d'uso e quello di scambio, vedi 193)

 

2) Ricardo esclude dalla sua teoria l'analisi del valore (del prezzo) di beni non riproducibili a piacere (per i quali l'offerta è inelastica) e il cui prezzo dipende solo dalla domanda. Accantonata questa eccezione, Ricardo sviluppa una teoria del valore basata sul costo del lavoro.

 

3) Ricardo si concentra nella spiegazione delle forze che fanno variare nel tempo i prezzi relativi, piuttosto che sul loro valore ad un dato istante temporale. Questo atteggiamento gli permette di identificare la quantità di lavoro necessaria a produrre un bene direttamente con il numero di ore lavorate (ponendosi in contrasto con Smith, che invece usa il salario pagato al lavoratore che produce il bene) (196)

 

4) i prezzi di breve periodo (o di mercato) possono variare per una serie di fattori, sia dal lato dell'offerta che dal lato della domanda, ma le variazioni dei prezzi naturali (ossia di lungo periodo) sono provocate da variazioni delle quantità di lavoro impiegate nella produzione delle merci.

 

5) i costi di produzione non risultano quindi tra le determinanti dei prezzi: variazioni dei profitti e dei salari (sebbene possibili in via teorica) sono per Ricardo irrilevanti dal punto di vista quantitativo: le variazioni di prezzo sono determinate in modo predominante dalla quantità di lavoro necessario a produrle. Anche per quanto riguarda la rendita Ricardo (basandosi sulla sua teoria della rendita), ritiene che sia il prezzo a determinare la rendita, e non viceversa.

 

In tale contesto si può ricordare la posizione di Ricardo nel dibattito sulle Corn Laws (leggi sul grano); egli infatti, sostenendo che l'alto prezzo del grano fosse causa dell'alto livello delle rendite,

non appoggiò la posizione a favore delle leggi protezionistiche, ipotizzando che l'abbassamento dei prezzi dovuti all'import di grano continentale avrebbe ridotto la percentuale di reddito dirottata verso i proprietari terrieri.

 

 

La teoria del valore in Marx

 

Ricardo sviluppa una teoria del valore-lavoro, e identifica la quantità di lavoro necessaria a produrre un bene direttamente con il numero di ore lavorate; egli non si preoccupa del problema di rapporti tra quantità di capitale e quantità di lavoro sono diversi all’interno di diverse industrie, poichè si concentra nella spiegazione delle forze che fanno variare nel tempo i prezzi relativi, piuttosto che sul loro valore ad un dato istante temporale. I costi di produzione non risultano quindi tra le determinanti delle variazioni dei prezzi: variazioni dei profitti e dei salari (sebbene possibili in via teorica) sono per Ricardo irrilevanti dal punto di vista quantitativo.

 

Marx sviluppa una teoria del valore-lavoro, ponendosi nella linea tracciata di Ricardo. Come aveva fatto Ricardo, egli ignora la questione della misurabilità della qualità del lavoro, e s concentra sul “tempo socialmente necessario”, quello cioè necessario a produrre il bene da parte di un lavoratore medio. Egli sostiene che solo il lavoro crea valore, quindi è il lavoro che genera il plusvalore; Acquistando lavoro e vendendo i beni prodotti, il capitalista ottiene dei redditi superiori alle spese, poiché acquista una merce particolare, il lavoro, che crea un valore maggiore di quello al quale viene remunerata.

Marx incontra nella sua teoria del valore problemi simili a quelli che aveano indotto Smith ad abbandonare la teoria del valore-lavoro a favore di una teoria basata sui costi di produzione.

Se i rapporti tra quantità di capitale e quantità di lavoro (e quindi la “composizione organica del capitale” nelle parole di Marx) le sono diversi all’interno di diverse industrie, non è possibile che le forze concorrenziali rendano uguali i saggi di profitto (ossia il rapporto tra plusvalore e costi totali) e di plusvalore (ossia il rapporto tra plusvalore e salari) in tutte il industrie. Anche Marx, quindi, non riesce a sviluppare una teoria del valore-lavoro logicamente coerente se non nel caso restrittivo in cui in tutte le industrie si abbia la stessa composizione organica del capitale.

 

Divergenze e convergenze tra Marx e Ricardo (110). Concludendo, possiamo ribadire l’influenza intellettuale che Ricardo e i classici hanno su Marx. La consapevolezza dei classici dei conflitti presenti nella società (sebbene essi fossero convinti della sostanziale armonia di fondo del sistema economico) porta Marx a sottolineare lo scontro tra capitalisti e lavoratori, e adatta la teoria del valore-lavoro per sostenere la sua analisi di sfruttamento dei lavoratori da parte dei capitalisti.

Gli interessi di Marx e Ricardo nella teoria del lavoro sono dunque differenti: il primo intende mostrare come lo sfruttamento fosse implicito in un sistema nel quale i lavoratori non posseggono i mezzi di produzione, Ricardo fece uso della teoria per spiegare i cambiamenti dei prezzi (e della distribuzione del reddito) nel corso del tempo.

Come i classici, anche Marx individua gli stessi soggetti economici significativi per la dinamica della società in lavoratori, capitalisti e proprietari terrieri, e si occupa delle funzioni economiche e del futuro di queste classi. Sia i classici che Marx identificano nell’attività dei capitalisti il determinante della dinamica sociale.

Sono ovviamente fondamentali le differenze tra il pensiero di Marx e quello classico, soprattutto a livello ideologico: mentre i primi ritengono che la ricerca del profitto spingesse i capitalisti ad allocare le risorse in modo efficiente e benefico per la società, Marx considerava l’attività dei capitalisti come dannosa alla società e al proletariato.

 

 

 

 

 

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