| 
  • If you are citizen of an European Union member nation, you may not use this service unless you are at least 16 years old.

  • Files spread between Dropbox, Google Drive, Gmail, Slack, and more? Dokkio, a new product from the PBworks team, integrates and organizes them for you. Try it for free today.

View
 

Domande sui Post-Keynesiani

Page history last edited by PBworks 12 years, 10 months ago


 

La scuola post-keynesiana: temi e problemi

Le correnti post-keynesiane.

 

Con il termine post-keynesiano, si indicano quegli economisti di scuola keynesiana che non concordano con la affermazione tipica della sintesi neoclassica che la teoria keynesiana è in realtà un caso particolare della teoria neoclassica. In realtà non esiste un gruppo omogeneo di pensatori detti post-keynesiani; una divisione spesso tracciata è quella tra i pensatori europei (che facevano capo all’università di Cambridge) e i pensatori americani.

I post-keynesiani europei mantennero come campo di indagine privilegiato la teoria della distribuzione e della crescita, mentre il ramo americano della scuola post-keynesiana si concentrò sulla dinamica monetaria.

 

1) I post-keynesiani europei

Keynes non sviluppò la sua teoria dell’equilibrio determinato dalla domanda in una teoria della crescita. Questo sviluppo fu intrapreso dai pensatori post-keynesiani inglesi. Il programma fu iniziato da Harrod (insieme a Domar) che introdusse il modello di crescita di Harrod-Domar.

I post-keynesiani di Cambridge segurono lo sviluppo iniziato da Harrod e ossia si ripropose di investigare le implicazioni della teoria keynesiana per la crescita di lungo periodo e la teoria della fluttuazioni cicliche endogene.

 

L’approccio di questi pensatori combina le idee macroeconomiche di Keynes, l’enfasi per gli aspetti distributivi di Kalecki e la teoria del valore di Sraffa; Kaldor e Robinson rappresentano i due maggiori pensatori di tale scuola.

 

 

2) I post-keynesiani americani

 

Il monetarismo e i suoi critici.

 

La scuola monetarista (anche ricordata come Scuola Chicago) è caratterizzata dalla fiducia nel sistema di mercato per l’allocazione efficiente delle risorse e la convinzione che la pianificazione e l’intervento aggravano, piuttosto che curare le difficoltà economiche. Milton Friedman, il principale esponente di tale scuola di pensiero, fu un liberista convinto ed è stato più volte posto in contrapposizione a Keynes, per il suo rifiuto verso qualsiasi intervento dello Stato nell'economia ed il suo sostegno convinto a favore del libero mercato e della politica del lassaiz-faire.

Dal punto di vista teorico, i monetaristi credevano che la domanda di moneta fosse una funzione stabile della ricchezza, dei prezzi, del tasso di inflazione e dei tassi di interessi su titoli e azioni, oltre che dell’assetto istituzionale. Questo punto rappresenta una differenza importante rispetto alla posizione di Keyens, per il quale è forte la possibilità di fasi del mercato dominate da fenomeni di psicologia di massa, con fenomeni di crisi e più in generale ad una domanda di moneta poco stabile.

 

A proposito del ruolo della politica economica, Friedman e i monetaristi sostengono la superiorità delle regole di politica monetaria rispetto a quelle di politica fiscale; secondo Friedman, la propensione al consumo dipende fortemente dal reddito permanente (e non da quello corrente), per cui gli impulsi di politica che intervengono sull’economia attraverso i meccanismi invocati dai keynesiani sono poco efficaci, mentre quelli che derivano da un aumento di offerta di moneta sono stabili ed efficaci. Egli sostiene quindi una politica in cui la banca centrale abbia come obbiettivi delle quantità di moneta, piuttosto che dei tassi di interesse,e che seguire la regola di mantenere stabile la crescita della moneta sia, nel lungo periodo, meglio di una politica attiva di intervento tramite i tassi di interesse.

 

 

 

Tra i critici del monetarismo si possono annoverare i neo-Keynesiani, che sostengono che la domanda di moneta è intrinsecamente collegata all'offerta, e diversi economisti conservatori, che sostengono invece l'impossibilità di predire la domanda di moneta.

 

Joseph Stiglitz ha teorizzato che la relazione tra l'inflazione e l'offerta di moneta sia debole per l'inflazione ordinaria, sebbene l'iperinflazione (ossia un tasso di inflazione superiore al 10% annuo) sia considerata pressoché universalmente un effetto delle spese governative in una situazione in cui la crescita del prodotto non possa assorbirle.

Comments (0)

You don't have permission to comment on this page.