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Domande sui marginalisti

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Domande sui marginalisti

 

La rivoluzione marginalista (19/12/2006)

 

Gli anni che vanno dal 1870 al 1900 vedono l’ingresso dell’analisi marginalista sulla scena dell’analisi economico. Jevons, Menger e Walras sono i fautori di tale rivoluzione, e pongono le basi per la teoria economica neoclassica sviluppata a partire dal 1890.

 

(a) Gli autori in questione si concentrano sul lato della domanda, e criticano la posizione classica (di Smith e Mill) per sui il prezzo di un bene è determinato dal suo costo di produzione, ossia dal prezzo dei fattori della produzione, e arrivano a sostenere che quando un bene finale arriva sul mercato, questo avrà un prezzo che dipende dall’utilità che i compratori si aspettano di trarne. Nessuno tra Jevons, Menger e Walras si preoccupò di definire precisamente cosa essi intendono per utilità e quale potesse essere un metodo per la sua misura, per essi l’utilità è un fenomeno di natura psicologica. La funzione di utilità totale del consumatore è vista come una somma delle utilità dei singoli beni; in tal modo l’analisi dei primi marginalisti nega l’esistenza di qualsiasi relazione di complementarietà tra i diversi tipi di consumo.

 

(b) Il secondo punto di critica ai classici e che caratterizza il pensiero di questi autori è l’enfasi sul ruolo dell’utilità marginale, ossia sull’utilità arrecata da un ulteriore unità di bene consumato.

Essi stabiliscono il principio dell’utilità marginale decrescente, per il quale all’aumentare del consumo di un bene la sua utilità marginale diminuisce.

 

(c) Oltre a postulare il principio dell’utilità marginale decrescente essi stabilirono le condizioni secondo le quali il consumatore avrebbe massimizzato l’utilità totale individuando la relazione tra utilità marginale e domanda di beni. Nella loro ricerca dell'allocazione ottimale del loro reddito, i consumatori avrebbero domandato beni in quantità tale da soddisfare tale relazione.

I nostri autori sviluppano quindi una teoria del valore-utilità, basata sull’ipotesi di utilità marginale decrescente e un problema di massimizzazione in termini di utilità.

 

I punti di debolezza dell'impianto teorico dei fautori della rivoluzione marginalista (di Jevons, Menger e Walras) consistono nel fatto che essi (sopratutto Jevons e Menger) applicano l'analisi marginalista solo al lato della domanda, e che non hanno una teoria compiuta del costo dei fattori di produzione. Occorrerà attendere i contributi della seconda generazione di marginalisti per un toeira della produzione e dei costi dei fattori della produzione.

 

 

La teoria dell’utilità marginale da Jevons a Pareto (20/12/2005 e 12/01/2006)

 

 

Diversi sono i punti che i primi autori marginalisti (Jevons, Menger, Walras e Pareto) hanno in comune nella loro visione dell’utilità; tali autori sviluppano una teoria del valore-utilità, basata sull’ipotesi di utilità marginale decrescente e un problema di massimizzazione in termini di utilità. Tuttavia su diversi aspetti essi assunsero posizioni distinte.

 

(a) Secondo tali autori, quando un bene finale arriva sul mercato, questo avrà un prezzo che dipende dall’utilità che i compratori si aspettano di trarne. Nessuno tra Jevons, Menger e Walras si preoccupò di definire precisamente cosa essi intendono per utilità e quale potesse essere un metodo per la sua misura, per essi l’utilità è un fenomeno di natura psicologica.

La funzione di utilità totale del consumatore è vista come una somma delle utilità dei singoli beni; in tal modo l’analisi dei primi marginalisti nega l’esistenza di qualsiasi relazione di complementarietà tra i diversi tipi di consumo. (Menger non utilizza un formalismo matematico come invece fanno Jevons e Walras, ma la sua descrizione verbale dimostra che la sua posizione è simile alla loro)

(b) Essi si concentrano sul ruolo dell’utilità marginale, ossia sull’utilità arrecata da un ulteriore unità di bene consumato, stabilendo il principio dell’utilità marginale decrescente, per il quale all’aumentare del consumo di un bene la sua utilità marginale diminuisce.

Occorre ricordare qui che Menger (e in parte anche Jevons) si occupa anche dell’utilità dei beni intermedi (non consumati ma usati per produrre altri beni): la sua posizione è che a questi beni si possa attribuire un utilità attraverso l’utilità dei beni finali che essi contribuiscono a produrre.

(c) essi individuano la relazione tra utilità marginale e domanda di beni: nella loro ricerca dell'allocazione ottimale del loro reddito, i consumatori avrebbero domandato beni in quantità tale da soddisfare tale relazione. Anche su questo punto esistono tuttavia differenze importanti; Menger non si cimenta con il problema; inoltre Jevons non riuscì a stabilire il nesso tra utilità e domanda.

 

Per descrivere i contribuiti di Pareto, ricordiamo la sua proposta di introdurre, accanto al concetto di utilità quello di ofelimità (piacevolezza), distinguendo così tra la proprietà delle cose desiderate da un individuo perché piacevoli (l’ofelimità) dalla proprietà di cose che sono benefiche alla società (l’utilità).

 

In relazione al concetto di utilità marginale e al ruolo di Pareto, bisogna sottolineare come i primi marginalisti (spiccatamente Jevons) interpretassero tale misura in termini cardinali; alla luce di questo, era possibile compiere confronti interpersonali. Tale approccio è detto cardinalista.

Sebbene già Carl Menger, Léon Walras compresero l'errore della considerazione dell'utilità marginale come misura cardinale, fu Vilfredo Pareto a cui si deve il passaggio ad una impostazione ordinalista.

Con tale approccio Pareto sottolinea la rilevanza, ai fini della teoria delle curve di indifferenza (ossia le combinazioni di beni che l’individuo valuta avere la stessa utilità). Inoltre, non è necessario assegnare un valore cardinale di utilità ad ogni curva, ma è sufficiente attribuire un ordinamento a tali curve (ossia dire che una curva è preferita ad un altra, ma non il grado di maggiore utilità che essa apporta). L’utilità viene ad essere riferita all’ordinamento preferenziale del soggetto, ed in tale modo si passa a definire le preferenze in termini di scelte.

 

 

 

C. Menger e la via austriaca al marginalismo. (26/10/2006)

Anche “C. Menger e la scuola austriaca: punti di forza” (18/11/2003).

 

Menger si trova a dover affrontare dei confronti critici su due fronti: (i) dal punti di vista teorico quello contro il pensiero neoclassico, che lo colloca tra i fondatori del marginalismo insieme a Jevons e a Walras e (ii) e dal punto di vista metodologico quello contro la scuola tedesca.

 

(1) Analizziamo anzitutto le peculiarità di Menger nello sviluppo del pensiero marginalista. I fondatori del pensiero marginalista (Menger, Jevons e Walras) hanno in comune l’attenzione all’utilità; tali autori sviluppano una teoria del valore-utilità, basata sull’ipotesi di utilità marginale decrescente e un problema di massimizzazione in termini di utilità.

 

Un contributo peculiare di Menger (che sarà poi approfondito dai membri della scuola austriaca, ) consiste nello studio delle applicazioni del principio dell’utilità anche al lato dei costi, nel tentativo di estendere l’attenzione anche al lato dell’offerta. I fattori della produzione (e i beni intermedi) derivano, secondo Menger, la loro utilità dall’utilità dei beni finali che concorrono a produrre. Questa utilità indiretta può essere “imputata” a ciascun fattore della produzione tenendo conto del contributo marginale da esso dato alla produzione. Il principio dell’utilità marginale venne esteso da Menger a coprire anche il fenomeno dei costi e quindi le condizioni dell’offerta; domanda e offerta risultano così due aspetti dello stesso problema e possono entrambe essere spiegate in termini di utilità.

 

Inoltre, poiché ciò che per l’impresa è un costo dei fattori della produzione è invece un reddito per i proprietari dei fattori di produzione stessi (ossia un salario per i lavoratori, un profitto per i capitalisti, una rendita per i proprietari terrieri). L’estensione al lato dei costi del principio dell’utilità marginale estende tale principio automaticamente anche alla formazione e alla distribuzione del reddito.

 

(2) Passiamo a discutere brevemente la posizione di Menger nella disputa metodologica che lo contrappone alla scuola storica tedesca. Menger fu, tra i campioni della rivoluzione marginalista, l’unico sinceramente interessato alle questioni metodologiche. Il metodo storico proposto dagli autori della scuola tedesca, e in particolare da Von Schmoller rispecchia la convinzione che il compito principale della scienza economica sia quello di scoprire leggi che governano le fasi della crescita e dello sviluppo economico. Essi mantengono una spiccatapreferenza per i metodi di indagine induttivi (ossia sono convinti che teorie rilevanti possono emergere solo dopo che una qunatità sufficente di osservazioni sia stata raccolta). Tra questi autori e Menger si svolse una controversia metodologica in cui opponeva la validità di modelli deduttivi e astratti alla posizione opposta degli storici tedeschi. La controversia sia stata lunga e sterile, e l’influenza di Von Schmoller fece sì che in Germania la la scienza economica si allontanò dalla posizione merginalista che stava diventando la corrente dominante del pensiero neoclassico.

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