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Domande sugli istituzionalisti

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La critica di T. Veblen al mainstream e la proposta teorica del primo istituzionalismo (12/06/2006)

 

Anche T. Veblen e gli inizi dell’istituzionalismo. (27/10/2005)

 

Thorstein Veblen rappresenta l’iniziatore della linea di pensiero nota come istituzionalismo.

Egli si pone in netto contrasto con la teoria ortodossa (criticando sia classici che neoclassici), e condizionando in modo significativo lo sviluppo dell’eterodossia.

 

Nelle sue opere, Veblen insiste ripetutamente sull’idea che l’oggetto delle quali deve occuparsi la teoria economica deve essere qualcosa di diverso da quello di cui si occupano gli ortodossi, ossia del modo in cui la società alloca risorse scarse tra usi alternativi.

Il punto centrale dell’attacco di Veblen all’ortodossia si basa sulla denuncia del carattere non scientifico della ipotesi classica e neoclassica dell’assunzione della bontà dell’equilibrio economico e quella dell’assunzione che i soggetti economici si comportino razionalmente.

Occorre considerare come la struttura istituzionale in cui gli individui operano modifica il loro comportamento e quali conseguenze questa influenza ha sull’attività economico. Secondo Veblen gli ortodossi (classici e neoclassici) mostrano il loro carattere pre-darwiniano nel rifiutarsi di ammettere che il sistema economico è soggetto a continue trasformazioni ed evoluzioni. Egli sostiene che la scienza economica dovrebbe essere uno studio dell’evoluzione della struttura istituzionale (da qui la definizione di istituzionalismo) definendo come istituzioni le convinzioni e le consuetudini sociali di una data epoca. Per comprendere lo sviluppo e l’attuale funzionamento della società industriale, è necessario comprendere l’insieme delle interrelazioni che esistono tra le caratteristiche della natura umana e le istituzioni.

Oltre a queste questioni di metodo, rivolte a definire lo scopo della scienza economica, Veblen svolge una analisi feroce del capitalismo come assetto istituzionale, criticando la visione ortodossa che vedeva nel capitalismo un meccanismo di allocazione ottimale delle risorse.

 

Egli identifica alcuni istinti caratteristici della natura umana. Tali istinti si manifestano a livello della società come una dicotomia fondamentale tra le attività produttive di beni e servizi (che Veblen chiama impieghi industriali) e l’attività finanziaria degli uomini d’affari, che ricalca un comportamento primitivo che non si basa sull’effettiva produzione, ma consiste nel diritto di ottenere qualcosa in cambio di nulla, tipico dei capitani d’industria. Veblen identifica in questo comportamento il comportamento cerimoniale. L’attacco contro il pensiero ortodosso consiste nel sottolineare come la teoria ortodossa sia fuorviante nel postulare che un sistema economico diretto da uomini d’affari promuoverebbe il benessere della società; tale figura risulta piuttosto il suo sabotatore. Veblen specifica la sua analisi sociologica tramite i concetti di “classe agiata” (quella cioè dei capitani della finanza) e del “consumo ostentativo” con cui tali individui mettono in mostra, tramite l’esposizione delle proprie ricchezze, la loro abilità “predatoria” e la loro posizione nella gerarchia sociale.

Il contributo di Veblen consiste anzitutto in una diversa impostazione dell’approccio appropriato allo studio delle questioni economiche che si concretizza nella proposta dell’analisi dell’evoluzione delle strutture istituzionali, e nell’unificazione delle scienze sociali, che insieme ad un lavoro di tipo statistico avrebbe dovuto investigare le ipotesi inserite nella teoria. Tali proposte caratterizzano la scuola istituzionalista.

Veblen e l’eterodossia marxista

Ricordiamo anche che Veblen assunse una posizione di uguale ciritca nei confronti delle altre eterodossie, in particolare nei confronti del pensiero marxiano e della scuola storica tedesca.

Sebbene egli sia in sintonia con Marx (566) su alcuni punti, egli critica alla teoria marxiana: la sua posizione rispetto alla teoria dell'impoverimento dei poveri si limita a prendere atto che tale impoverimento semplicemnte non si è verificato. Egli ammette tuttavia le tensioni create dall’emulazione possano teoricamente condurre alla sensazione della classe lavoratrice di essere relativamente piu’ povera, giungendo così alla fine del sistema basato sulla proprietà privata. Rimane la differenza con Marx (578), poiché in Veblen il capitalismo sarebbe terminato non a causa del suo fallimento, ma a causa del suo troppo successo.

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