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Domande su Sraffa

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La teoria delle forme di mercato negli anni ’30 del Novecento.

 

La teoria delle forme di mercato dopo Marshall: Sraffa, Chamberlin e J. Robinson fra anni ’20 e anni ’30 del Novecento.

 

 

I marginalisti e Marshall analizzano situazioni di mercato estreme, mentre le situazioni prese in considerazione dalle teorie successive, fin dagli anni venti si preoccuparono di includere casi piu’ realistici e tipi di mercato che trovino maggior riscontro con la realtà, che certamente non si configura sempre come mercato in concorrenza perfetta o monopolio.

 

Sraffa critica l’ipotesi della concorrenza assunta da Alfred Marshall, sottolineando come sia necessario tenere conto della possibilità che normalmente si verifica nella realtà che il singolo produttore influisca sul prezzo di mercato sia del bene da lui prodotto sia dei beni prodotti da altre imprese.

I contributi di Sraffa diedero luogo ad una serie di importanti lavori di sviluppo da parte di Joan Robinson e di Chamberlin, che costituiscono una linea di ricerca nota come teoria delle “forme di mercato”. Entrambi gli autori si concentrano sulla presenza nel sistema economico di beni prodotti da imprese concorrenti ma non sostituibili tra di loro. Ogni impresa ha un proprio mercato ma la loro domanda di merce influisce sul comportamento delle altre imprese.

 

Robinson considera il fatto che gli acquirenti acquistano un bene non solo in relazione a valutazioni relative al suo prezzo, ma anche basandosi su fattori quali l’ubicazione del venditore, il nome, la pubblicità, ecc. cosicché ogni impresa si configura come monopolistica, poiché il suo prodotto richiama un certo numero di consumatori. Questo effetto deriva dalla presenza di un legame tra merce e acquirente.

 

Chamberlin, considera un altro aspetto dello stesso problema, ossia quello della definizione della curva di domanda per una impresa in cui sia presente una differenziazione dei prodotti in base a marchi di fabbrica, forme della confezione, ecc.

Egli partì dall’osservazione che gran parte delle imprese fissa il prezzo di vendita, detenendo un qualche potere di monopolio. Se una impresa alza il prezzo, non perde tutti i clienti come sarebbe invece nel caso di concorrenza perfetta. Tuttavia, nella maggior parte dei settori, non esiste un monopolio naturale, per cui in presenza di extraprofitti nuove imprese possono entrare nel mercato e quindi le imprese sono inserite in un contesto competitivo. La realtà si trova quindi a metà tra il limite concorrenziale e il limite monopolistico, situazione che Chamberlin chiamò “concorrenza monopolistica”. Una situazione di laissez faire, secondo Chamberlin, avrebbe portato a un mercato non in concorrenza perfetta (come aveva sostenuto Marshall) ma a mercati in concorrenza monopolistica, in cui i singoli imprenditori tentano di costruire dei loro propri monopoli, differenziando appunto le loro merci da quelle degli altri.

Oltre a tale impostazione teorica generale, Chamberlin mise in dubbio la desiderabilità di mercati in concorrenza perfetta, ad esempio sostenendo come mercati di tale tipo avrebbero portato a una eccessiva standardizzazione dei prodotti.

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