| 
  • This workspace has been inactive for over 11 months, and is scheduled to be reclaimed. Make an edit or click here to mark it as active.
  • If you are citizen of an European Union member nation, you may not use this service unless you are at least 16 years old.

  • Stop wasting time looking for files and revisions! Dokkio, a new product from the PBworks team, integrates and organizes your Drive, Dropbox, Box, Slack and Gmail files. Sign up for free.

View
 

Domande su Schumpeter

Page history last edited by PBworks 13 years ago

La teoria del ciclo economico di Schumpeter.

 

Dal secondo dopoguerra, la teoria microeconomica neoclassica combinata alla versione di John Hicks della teoria macroeconomica di Keynes, concepita come caso particolare di breve periodo, ha prodotto la sintesi ortodossa che ha sin qui dominato nelle accademie. Una sintesi basata sulla teoria marginalista del valore e della distribuzione (per cui i prezzi dei fattori sarebbero determinati dalla domanda e dall’offerta concorrenziale), attraverso cui ipotizzare la tendenza naturale dell’economia verso il pieno impiego nel lungo periodo. Hicks ha ampiamente attinto alla teoria dell’equilibrio economico generale di Walras, sottolineando l’importanza di concetti che ritroviamo in quasi tutti i manuali di economia adottati oggi: la distinzione tra effetti di reddito e di sostituzione per spiegare le variazioni di prezzo e di benessere del consumatore, le proprietà delle funzioni di domanda dei beni, l’equilibrio del sistema di mercato, le relazioni tra salari, prezzi, occupazione e tasso d’interesse, la semplificazione del sistema economico aggregato attraverso un mercato dei beni e uno dei titoli, l’economia del benessere, la teoria del ciclo economico e della crescita, la teoria monetaria dell’equilibrio generale e di quello temporaneo. L’ordinata semplicità ed esaustività di questa sintesi, a dispetto di numerose irrealistiche ipotesi di partenza, ha contribuito, forte delle implicazioni di politica economica e del rassicurante quadro delle relazioni sociali ed economiche che presuppone, ad assicurarne il successo nel tempo. Non che siano mancate fondamentali critiche: il problema di un tasso d’investimento necessario per realizzare la piena occupazione (i modelli di Harrod e Domar) e le implicazioni sul piano distributivo del reddito (gli studi di Kaldor e Pasinetti), la inadeguatezza della teoria dei prezzi (il contributo fondamentale di Sraffa) e del capitale (i lavori di Garegnani), la disattenzione rispetto al ruolo delle istituzioni (tema valorizzato, tra gli altri, da Galbraith) sono, da subito, apparse come debolezze fondamentali e irriducibili dell’impianto teorico neoclassico. Negli ultimi decenni, ulteriori sviluppi teorici hanno approfondito nuovi temi e approcci che l’ortodossia ha cercato di incorporare nel proprio apparato teorico-metodologico al fine di mantenere il proprio dominio culturale, finendo al tempo stesso col perdere parte della sua monoliticità e dei suoi nitidi confini. L’analisi del benessere e dell’economia pubblica, il problema delle esternalità e quello della fornitura di beni pubblici, la teoria dei giochi e il problema delle scelte in condizioni di incertezza, il problema dell’informazione asimmetrica e di quella imperfetta in termini di analisi della domanda, di efficienza di funzionamento dei mercati e di comportamenti sleali, la teoria del caos e le implicazioni in materia di prevedibilità degli stati futuri del mondo e di plausibilità dell’ipotesi di aspettative razionali e di impiego di modelli lineari, il problema dell’indeterminatezza (cioè, della non unicità) e dell’instabilità dell’equilibrio generale come pure la pratica impossibilità di aggregare comportamenti individuali costituzionalmente differenti se non ricorrendo a generiche funzioni di utilità minano le fondamenta ontologiche e metodologiche di una costruzione teorico-ideologica fondata sull’analisi di comportamenti economici individuali (basati sull’assunto di una razionalità egoistica di agenti concepibili solo in termini atomistici) che soli portano all’ordine sociale e ad un equilibrio economico efficiente. La presunzione della reciproca e simultanea interazione di prezzi e quantità sui mercati dei prodotti e dei fattori derivante dalle scelte di agenti individuali razionali ed efficienti, che porta all’elaborazione del modello dell’equilibrio economico generale, non è sufficiente per spiegare i comportamenti di organizzazioni complesse che agiscono anche secondo criteri diversi dall’efficienza e della massimizzazione (opportunità, potere, interesse collettivo) e non sono perfettamente razionali e per comprendere processi, come quelli tecnologici e innovativi, che nelle loro cause ed effetti vanno a interessare campi diversi da quello strettamente economico.

 

Uno tra gli autori più richiamati è sicuramente Joseph Alois Schumpeter. Combinando sapientemente teoria economica, sociologia e storia economica, Schumpeter, che fu tra l’altro per breve tempo ministro delle Finanze in Austria prima di trasferirsi e diventare professore a Harvard, negli Stati Uniti, va ricordato come uno dei più importanti studiosi del processo di sviluppo economico, al contempo seguace del marginalismo e oppositore della di alcune interpretazioni e chiavi di lettura neoclassica. Tra i suoi più importanti lavori si segnalano i volumi “L’essenza e i principi dell’economia teorica”, “Teoria dello sviluppo economico”, “il processo capitalistico”, “Capitalismo, socialismo, democrazia” e “Storia dell’analisi economica”.

 

Non si tratta soltanto di un economista annoverato tra i principali studiosi del Novecento, ma è anche uno dei principali ispiratori delle moderne teorie evolutive sull’innovazione, una feconda tradizione di studi, alternativa a quella ortodossa di matrice neoclassica, sulle dinamiche del capitalismo innescate dalle ondate di innovazione tecnologica, che portano a fenomeni di “distruzione creatrice” provocati ad ogni nuovo ciclo, che rompono gli equilibri tecnologici e industriali e ne definiscono nuove configurazioni. Per Schumpeter, all’indomani della grande crisi del ’29, le innovazioni andavano collocate al centro del processo di sviluppo economico: presentandosi a sciami, esse stimolano l’imprenditore ad applicarle nel processo di produzione al fine di ottimizzare i profitti. Le fluttuazioni economiche cicliche non sono perciò accidentali, ma caratteristiche specifiche e strutturali del modo di produzione capitalistica. Lo sviluppo non deriva dalla persistenza nel mercato delle condizioni di perfetta concorrenza (come l’ortodossia neoclassica presuppone), ma dalla concorrenza che gli imprenditori costantemente scatenano tra loro, introducendo le innovazioni che determinano condizioni di vantaggio per chi le adotta, che potrà così beneficiare di un più alto tasso di profitto, in condizioni potremmo dire di controllo monopolistico dell’innovazione. Gli investimenti non sono semplicemente l’aumento del numero di macchinari (i beni capitali), ma l‘introduzione di nuovi macchinari: investimenti e tecnologia non sono nettamente distinguibili, nel senso che gli investimenti incorporano l’innovazione che, a sua volta, comporta gli investimenti. In questo modo, Schumpeter si allontana dal sentiero neoclassico tradizionale di aumento del reddito e, quindi, di progresso economico come conseguenza della traduzione del flusso regolare di risparmio in investimenti, dove l’innovazione tecnologica è considerata una variabile esogena, cioè non spiegabile dalla teoria economica (quanto è previsto, per intendersi, nel modello di crescita di Solow). Per Schumpeter, la teoria dell’equilibrio generale fotografa la situazione irreale per il capitalismo di un’economia stazionaria, che non innova; la teoria marginalista in un siffatto contesto permette di giustificare l’assenza di profitti come conseguenza della concorrenza e il fatto che la retribuzione degli imprenditori corrisponda al compenso per le funzioni direttive svolte, implicando anche che la circolazione della moneta facilita quella delle merci, ma non incide – attraverso il tasso d’interesse – sulla produzione e la distribuzione.


vedi anche Studi internazionali sullo sviluppo.

Comments (0)

You don't have permission to comment on this page.